C'ERA UNA VOLTA MIA MADRE

Regia: Ken Scott
Cast: L. Bekhti, J. Cohen, J. Japy, S. Vartan, J. Balibar

Trama

Parigi, anni ’60. Esther, madre di una numerosissima famiglia marocchina da poco immigrata, dà alla luce il suo ultimo figlio, Roland. Il piccolo nasce con un piede torto che gli impedisce di stare in piedi, ma questo non scoraggia Esther dal combattere perché Roland un giorno possa camminare con le sue gambe. Contro il parere dei medici e del marito, che suggeriscono l’uso delle stampelle, Esther sacrifica tutto per realizzare il suo obiettivo e alla fine vince la sua battaglia: Roland imparerà a camminare, si iscriverà a un corso di danza, farà l’attore prima e l’avvocato poi, si sposerà e avrà dei figli e fra le altre cose lavorerà per la cantante Sylvie Vartan, in gioventù idolo di tutta la famiglia.

Recensione

La storia è quella del vero Roland Perez, avvocato e giornalista radiotelevisivo francese: la sua autobiografia pubblicata nel 2021 ha lo stesso titolo del film nella versione originale, Ma mère, Dieu et Sylvie Vartan. I tre protagonisti del libro – la madre Esther, il dio della tradizione ebraica e Sylvie Vartan, stella della musica pop francese nei primi anni ’60 – sono gli stessi del film, con naturalmente in più l’io narrante dell’autore, da adulto interpretato dal celebre attore francese Jonathan Cohen. La madre è l’oggetto costante dei pensieri del figlio e il centro piuttosto ingombrante della sua vita. Nella prima parte la vulcanica Esther domina ogni immagine e accompagna col suo fare travolgente il tono da commedia scherzosa del film, evidente sia nel ritmo del montaggio (aiutato dal ricorso continuo a canzoni d’epoca) sia nelle atmosfere palesemente artificiose. Il piccolo Roland non prende quasi mai voce ed è una pura emanazione della madre, quasi il film sposasse un po’ ambiguamente il netto diniego dell’handicap da parte della donna. Seguendo la tenace e un po’ ottusa battaglia di Esther (che vuole l’emancipazione del figlio in quanto lotta identitaria e non come conquista di un diritto), il film abbraccia il modello narrativo della donna sola contro tutti (in particolare contro medici e intellettuali), finendo per esaltare la figura di una guaritrice che rifiuta di farsi chiamare dottoressa ma che cura il figlio. Al tempo stesso, è proprio la presenza soffocante della madre a dare vita a Roland come individuo e a opprimerlo con il suo amore. Per quanto ci provi, anche da sano e da adulto l’uomo non sfugge al fantasma della madre, non a caso idealmente replicato nella moglie e nella stessa Sylvie Vartan, di cui Roland è stato effettivamente collaboratore e amico, che nel film interpreta se stessa. Nel momento del traumatico distacco fra figlio e madre, è proprio la figura dell’artista a fare da spartiacque: Sylvie è il discrimine tra Roland come creazione di Esther e Roland come uomo indipendente: due identità che nel tempo troveranno una convivenza, senza però arrivare a una vera sintesi. In fondo, quello di Roland ed Esther è un classico romanzo familiare. Lui, il figlio, cerca la libertà; lei, la madre, vuole il meglio per il suo bambino. Il resto è quasi un accidente nelle vite di entrambi. Non è un caso, che il vero Roland Perez abbia fatto della sua mamma il fulcro della propria autobiografia, scegliendo di congedarsi dal pubblico con un’elegia verso la donna che dimostra l’inflessibilità quasi patologica di un amore.

Data

Giovedì 21 Mag.
Lunedì 25 Mag.

Orario

- Giovedì: 18.30 - 21.15
- Lunedì: 16.00-18.30-21.15

Genere

Commedia Drammatico

Durata

102 minuti

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