LA DIVINA DI FRANCIA

Regia: Giullaume Nicloux
Cast: S. Kiberlain, L. Lafitte, A. Casar, P. Etienne, M. Ollivier

Trama

Sarah Bernhardt è Marguerite Gautier, Lucien Guitry è Armand. La morte li separa, dopo un lungo e sofferto amore, nel finale della Signora delle Camelie. Ma quell’amore non è solo finzione e Sarah e Lucien, i due mostri sacri del teatro francese, non sono solo colleghi. È la stessa attrice a raccontarlo al figlio di Lucien, Sacha Guitry, che da lì a poco diverrà a sua volta un nome di spicco del teatro e del cinema. È giunto il tempo che sappia che, delle sue decine o addirittura centinaia di amanti (così vuole la leggenda), lei ha amato veramente solo suo padre; lo ha fatto soffrire e ha sofferto a causa sua, quando lui, a un certo punto, le ha preferito un’altra.

Recensione

Il nuovo film del regista Guillaume Nicloux racconta la vita e l’anima di una grande attrice teatrale dell’Ottocento, Sarah Bernhardt, un’icona che ha attraversato la Belle Époque imprimendo il suo nome nella memoria collettiva come “la Voce d’oro” e “la Divina”. La sua fama ha oltrepassato i confini del teatro, proiettandola in un universo di tournée trionfali e di scandali, di libertà e di leggenda. Musa di Victor Hugo, amata e contesa da geni come D’Annunzio, Wilde e Zola, e infine specchio riflesso di Eleonora Duse. Nicloux sceglie qui di ritrarre Sarah Bernhardt attraverso la cronaca, facendo leva sull’immaginazione a tal punto da sembrare poco interessato ai fatti, restando fedele a un’unica verità, ovvero al magnetismo indecente di una donna così affascinante da spingerti a perdonarle tutto. La divina di Francia – Sarah Bernhardt non è infatti un biopic tradizionale, ma un ritratto poetico che alterna realtà e sogno, e che si concentra su due momenti chiave, la consacrazione artistica del 1896 e la malattia che condurrà Bernhardt all’amputazione di una gamba. Con ritmo di montaggio veloce, rapidi flashback, il regista francese realizza un film pittorico che si esalta con la ricerca dell’inquadratura e della fotografia, firmata da Yves Cape, e con la qualità della ricostruzione d’epoca con scenografie, costumi e trucco, ma che allo stesso tempo rifiuta la precisione filologica a favore dell’emozione. Così anche l’immaginaria relazione tra Sarah Bernhardt e il collega Lucien Guitry diventa strumento narrativo per indagare il lato umano dietro il mito. La sceneggiatura, firmata da Nathalie Lautherau, accompagna il regista in questo viaggio nella memoria di cui il momento più riuscito è proprio l’inizio, che mostra l’agonia di Bernhardt attraverso una teatralità del gesto e della scenografia che cresce fino a quando, fuori campo, si odono gli applausi di un pubblico. A distinguersi da tutti è Sandrine Kiberlain, il vero magnete del film. Il suo è un esercizio da funambola, che tenta senza sosta di rimanere in equilibrio su un filo che oscilla pericolosamente. L’attrice si abbandona a questo ruolo, riproducendo con fedeltà le emozioni tempestose di Bernhardt e l’arte della declamazione più grande del vero. Kiberlain non imita la Bernhardt, ma la reinventa, trovando un equilibrio tra teatralità e vulnerabilità, tra la fragilità del corpo e l’eternità del mito.

Data

Giovedì 28 Mag.
Lunedì 01 Giu.

Orario

- Giovedì: 18.30 - 21.15
- Lunedì: 16.00-18.30-21.15

Genere

Biografico

Durata

98 minuti

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