Regia: Santiago Requejo
Cast: R. F. de Pablo, C. Lago, T. Valverde, G. de Castro
Madrid. Nell’appartamento di Alberto si sta svolgendo una riunione di condominio come tante altre. L’unico punto all’ordine del giorno è la sostituzione dell’ascensore. Il preventivo di spesa mette d’accordo tutti e viene approvato all’unanimità. Nel momento in cui tutti si alzano per andarsene, Alberto annuncia che finalmente c’è un nuovo affittuario per il suo appartamento. Si tratta di Joaquín, un suo collega di lavoro con problemi di salute mentale che ha trovato l’impiego tramite un programma di reinserimento sociale. La notizia scatena le reazioni più diverse tra i vicini. La situazione così degenera con rapidità e smaschera l’intolleranza che si nasconde dietro la facciata del perbenismo.
Tutto in una stanza, è la versione spagnola di un film che punta prima di tutto sulla recitazione collettiva degli attori, amplifica un cinema di parola per esasperare i conflitti e affronta di petto i pregiudizi e le paure della società di oggi. Ci sono soprattutto due inquadrature rivelatrici: la prima è quasi una foto d’insieme dove manca solo il padrone di casa; nella seconda invece i vicini sono separati in due gruppi. Santiago Requejo, regista spagnolo al terzo lungometraggio, esaspera i diversi contrasti tra i protagonisti soprattutto negli scontri tra due personaggi: Fernando e Lucas. Di ognuno di loro il cineasta, anche sceneggiatore, oltre al modo di pensare, rivela anche i segreti personali più nascosti o dolorosi. C’è nella pellicola un’evidente volontà di interrogare il presente, di mostrare quanto il concetto di “normalità” resti fragile e discriminatorio, quanto la paura del diverso sia ancora il motore di meccanismi sociali capaci di degenerare in esclusione e violenza verbale. In questo senso, il film s’iscrive in una tradizione che utilizza il microcosmo come lente d’ingrandimento della società, mostrando come la democrazia, persino nella sua forma più minuta e quotidiana, possa essere incrinata dal sospetto e dal bisogno di affermare un potere sugli altri. La votazione finale, lungi dall’essere un atto formale, assume così il valore di un rito sacrificale, in cui si decide non di un ascensore ma del diritto di un uomo a essere accettato. Gli attori, si muovono con precisione corale, modulando i toni tra ironia e aggressività, restituendo un campionario umano che appare tanto caricaturale quanto autentico. Non ci sono star, né caratteri destinati a rubare la scena: la forza è nell’ensemble, nella capacità di dare corpo a un’umanità che, ci ricorda da vicino i nostri stessi vicini di pianerottolo, pronti a trasformare la convivenza in un campo di battaglia. Eppure, ciò che resta impresso è la rivelazione crudele dell’illusione comunitaria: la riunione, da luogo di condivisione, si tramuta in dispositivo di esclusione, in un teatro dove ognuno difende se stesso attaccando l’altro, in una messa in scena che culmina in un finale sorprendente, capace di eludere la soluzione più scontata e di lasciare lo spettatore con l’immagine di un’umanità stremata, incapace di superare la paura che la abita. Non importa l’esito della votazione, non importa chi entrerà o non entrerà in quell’appartamento: ciò che conta è la disfatta comune, la solitudine che si annida tra le pieghe delle parole, l’amara consapevolezza che dietro la facciata di ogni comunità si cela un vuoto che nessun ascensore potrà mai colmare.
Giovedì 26 Feb.
Lunedì 02 Mar.
- Giovedì: 18.30 - 21.15
- Lunedì: 16.00-18.30-21.15
Commedia
88 minuti
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